Il romanzo argentino contemporaneo e l’immigrazione italiana
| Alberto Fornasier, Fornasier,romanzo argentino, Immigrazione italiana, Perassi |
Lunedì 19 marzo, presso l’Istituto Cervantes di Milano, si è tenuto un incontro dal titolo "Prospettiva attuale del romanzo sull’immigrazione argentina", durante il quale la professoressa Emilia Perassi dell'Università Statale di Milano ha fornito gli strumenti essenziali per comprendere una svolta significativa del romanzo argentino dagli anni Novanta fino ad oggi. In seguito all’orrore della dittatura, in molti argentini era nata l’esigenza di capire il perché di quanto successo, indagarne le cause, riscoprire il passato e la storia del proprio paese per finalmente comprendere un così agghiacciante presente. Grazie a questa nuova attenzione, si era così riscoperto un fenomeno allora dimenticato e che diventa centrale nella riflessione di autori, indicati quali essenziali modelli cui far riferimento, come Siria Poletti, Héctor Bianciotti, Antonio Dal Masetto e Mempo Giardinelli: l’immigrazione italiana nel paese sudamericano.
Questo imponente fenomeno, che coinvolse non solo l’Italia ma anche altri paesi, pur se incominciò verso la metà del XIX secolo, conobbe un deciso incremento nell’ultimo ventennio dell’800 fino al 1920, quando la metà della popolazione immigrante era d’origine italiana. Il nostro paese sarebbe stato infatti uno dei paesi industrializzati a dare la maggior quantità di persone dirette anche negli Stati Uniti, in Francia, Svizzera e Brasile, la cui provenienza non era per lo più meridionale, come si è soliti ritenere, ma settentrionale, con una grossa fetta d’origine veneta, lombarda, piemontese. ligure e friulana. La tipologia delle motivazioni di questa scelta di vita suddividono il flusso migratorio in tre fasi: la prima (fino al termine della Prima Guerra Mondiale) caratterizzata da cause prettamente economiche; la seconda (tra le due guerre) da cause politiche (per via delle persecuzioni del regime fascista); la terza (dopo la Seconda Guerra Mondiale) da cause culturali ed aspettative di miglioramento sociale. Questa biblica “alluvion” umana, come Perassi ricorda la definì Gianfranco Rosoli, si insediò principalmente a Buenos Aires per poi spostarsi in special modo nei centri urbani di Santa Fe, Cordoba e Mendoza (in cui l’esperienza dei piemontesi diede un fondamentale apporto per la produzione vinicola, rinomata a livello internazionale).
Sino al 1890, gli italiano vennero considerati come europei tout court e quindi ben accolti da una nazione che stava nascendo e che aveva bisogno di materiale umano considerato migliore rispetto a quello locale (ma del resto, l’oligarchia sudamericana era di provenienza spagnola), così che vennero promulgate leggi favorevoli all’immigrazione europea. Fu solo con l’incombenza del pericolo “alluvionale” che si incominciò a fare distinzione fra le persone. Già all’interno della popolazione italiana la differenza geografica rispecchiava una differenza temporale di arrivo e una differenza di posizione lavorativa: se dal 1840 al 1875 circa la maggior parte veniva dall’Italia settentrionale in qualità di contadini intenzionati a stanziarsi stabilmente con la famiglia, fino al 1914 a sbarcare sul suolo argentino furono per lo più meridionali che si offrivano come artigiani stagionali. Considerando come nel primo periodo giungessero anche esuli repubblicani e dunque intellettuali, è facile capire come agli occhi degli argentini si evidenziasse sempre più una differenza tra le due masse umane, l’una rassicurante da un punto di vista economico perché caratterizzata da lavoratori stabili, l’altra che non poteva venire considerata come elemento favorevole all’incremento della ricchezza nazionale.
Perassi porta quale estrinsecazione di questa concezione la "Defensa social" di F. Stach (1916) in cui bene si comprende come ormai l’immagine che prima si era voluto dare di sé quale nazione accogliente, “crogiuolo di razze”, ormai non poteva più essere portata avanti incondizionatamente. In questo libro infatti i timori derivanti dalla “alluvione” umana si coloravano di istanze razziste in quanto si veniva a sostenere che, avendo come obiettivo la creazione di una “razza forte e nuova”, si doveva fare una selezione non solo delle singole persone (prendendo dunque uomini forti, sani, che superassero particolari esami di idoneità mentale e con occupazione propria) ma anche delle razze, tra cui “inferiori” venivano considerate (come al solito) quella dei neri, degli arabi, degli ebrei e degli orientali. Gli italiani occupavano un caso a parte perché comprendenti elementi “superiori” ed “inferiori”: se i meridionali, seppur bianchi, avevano sul viso il segno della povertà quale esternazione calvinista di un destino miserabile (decisamente inadatto per una nazione in crescita), i settentrionali venivano accomunati alle popolazioni del Nord Europa, in qualità di “alemanos latinos”.
Una storia di grandi prospettive e fortune per alcuni ma anche di miseria, di tristezza e del “saver del dolor “ (Poletti) per molti altri, una storia che viene recuperata negli ultimi anni da una generazione di scrittori argentini che portano avanti l’idea che a partire da questo rito iniziatico del viaggio transoceanico il popolo migratorio debba non più sentirsi inferiore, bensì personaggio fondamentale all’interno della storia generale della popolazione argentina, recuperando la propria cultura e le proprie radici, esattamente come la nonna del romanzo di Giardinelli simbolicamente recitava ai propri nipoti versi di Dante e di Virgilio.
Aprile 2007 | tomado de: http://www.latinoamerica-online.info/2007/0_letteratura07_fornasier_immigr.htm
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Por lobitogabriel - 17 de Octubre, 2007, 14:09, Categoría: periodico
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